Immaginate di vivere in un mondo in cui i colori, i volti dei propri cari e i raggi del sole sono solo concetti astratti, ombre di una realtà a cui non avete accesso. Questa è stata la vita dell’uomo del Vangelo di oggi: una notte continua, iniziata già nel grembo di sua madre. Tuttavia, la VI Domenica dopo Pasqua non ci parla solo di una guarigione oculare, ma di una rivoluzione della vista interiore. È il giorno in cui impariamo che la vera cecità non è quella degli occhi di carne, ma quella del cuore che rifiuta di vedere la Luce.
La domanda dei discepoli e la pedagogia della sofferenza
L’incontro tra Cristo e il cieco nato inizia con un dilemma teologico che tormenta l’umanità da millenni: perché esiste la sofferenza? I discepoli, prigionieri di una mentalità rigida, chiedono: “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?”. La risposta del Salvatore demolisce ogni semplicistico determinismo: la sofferenza di quest’uomo non è una punizione, ma un’occasione “perché siano manifestate in lui le opere di Dio”.
In senso duhovnicesc, la sofferenza non è sempre un esito della colpa, ma può essere un terreno di manifestazione della grazia. Il Signore ci insegna a non guardare più al “perché” del passato, ma al “per cosa” del futuro. La sofferenza, assunta con pazienza, diventa la finestra attraverso la quale Dio guarda nel mondo.
Il fango e Siloe: La ricreazione dell’uomo
Il gesto di Gesù di fare del fango con la saliva e la terra ricorda l’atto della creazione nella Genesi. Egli, l’Eterno Vasaio, unge gli occhi del cieco con la terra, mostrando di essere Colui che ha plasmato l’uomo all’inizio. Tuttavia, la guarigione richiede anche l’obbedienza dell’uomo. Il cieco viene inviato a lavarsi nella piscina di Siloe.
Il termine greco per “cieco” è τυφλός (typhlós), ma il suo significato va oltre la mancanza della vista, suggerendo anche uno stato di confusione o oscuramento. Attraverso il lavaggio in Siloe, che significa “Inviato”, l’uomo non riceve solo la vista, ma anche un’identità nuova. Egli diventa un testimone di Colui che è l’Inviato (Cristo).
San Giovanni Crisostomo sottolinea la potenza di questo atto:
“Il Signore ha unto gli occhi con il fango non perché il fango avesse potere curativo, ma per mettere alla prova l’obbedienza del cieco e per mostrare che Egli è Colui che ha fatto gli occhi dal fango all’inizio del mondo.”[1]
Il conflitto con i farisei: La cecità di coloro che “vedono”
Il passaggio dal miracolo all’interrogatorio rivela un’altra forma di tenebra: la cecità volontaria dei farisei. Sebbene avessero davanti un uomo che vedeva per la prima volta in vita sua, essi erano preoccupati per la violazione del sabato. Vediamo qui il paradosso tragico della religiosità formale: puoi essere esperto nella legge, ma cieco alla presenza di Dio accanto a te.
La parola greca σχίσμα (schisma), tradotta con “divisione”, descrive perfettamente la reazione della folla. La luce di Cristo separa sempre la verità dalla menzogna. Mentre il cieco cresce nella comprensione – chiamando Gesù prima “Uomo”, poi “Profeta” e infine “Figlio di Dio” – i farisei scendono nell’oscurità, chiamandolo “peccatore”.
San Cirillo d’Alessandria annota:
“I farisei, sebbene avessero la luce della legge, sono rimasti nelle tenebre dell’incredulità, mentre il cieco, privo della luce del sole, ha trovato la vera Luce attraverso la sua fede semplice e sincera.”[2]
Il coraggio della testimonianza e l’esclusione dalla sinagoga
Un momento di tensione nel racconto è quello in cui i genitori del cieco, per paura di essere espulsi dalla sinagoga, rifiutano di dare una testimonianza completa. Invece, l’ex cieco dà prova di una logica duhovnicească imbattibile: “Da che mondo è mondo, non s’è mai udito che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”.
Per il suo coraggio, viene cacciato via. Ma proprio questa esclusione sociale diventa la via verso la comunione piena con Dio. Cristo cerca colui che è stato scacciato, rivelandosi a lui in modo personale: “Tu l’hai visto: colui che parla con te, è lui”. La confessione finale, “Io credo, Signore!”, accompagnata dall’adorazione, segna il compimento della sua guarigione.
La vista del cuore nel mondo contemporaneo
Oggi siamo spesso accecati dalla “luce” artificiale degli schermi, dal bagliore ingannevole del successo materiale o dalle tenebre delle preoccupazioni quotidiane. Il Vangelo del Cieco ci sfida a chiederci: cosa ci impedisce di vedere le opere di Dio nella nostra vita?
La cecità spirituale odierna si manifesta attraverso l’indifferenza verso la sofferenza del prossimo o attraverso l’autosufficienza di chi crede di sapere tutto, proprio come i farisei. La nostra guarigione inizia quando, come il cieco, riconosciamo di aver bisogno del fango e dell’acqua di Siloe – cioè dei Santi Misteri della Chiesa – per purificare la vista della nostra anima.
San Nicola Velimirovic ci ricorda:
“Gli occhi fisici sono solo finestre attraverso le quali l’anima guarda. Se l’anima è cieca, le finestre sono inutili. Cristo è venuto a guarire l’anima, affinché essa possa vedere la bellezza del mondo invisibile.”[3]
Conclusione: Dalle tenebre alla Luce
La Domenica del Cieco nato è un invito ad assumere il coraggio di vedere. Non temiamo l’“esclusione dalle sinagoghe” del mondo moderno se testimoniamo la verità. Cristo è la Luce del mondo, una Luce che non tramonta mai e che ha il potere di trasformare ogni “notte” della nostra vita in un giorno di Risurrezione.
Lasciamo questo incontro evangelico portando in mente la preghiera umile del cieco e il desiderio di vedere Dio in ogni nostro simile. Lasciamo che la Sua grazia ci apra gli occhi del cuore, affinché anche noi possiamo dire con forza: “Una cosa so: ero cieco e ora ci vedo!”.
Note bibliografiche:
[1] San Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Giovanni, Omelia LVII.
[2] San Cirillo d’Alessandria, Commento al Vangelo di Giovanni, Libro VI.
[3] San Nicola Velimirovic, Omelie, Editrice Ileana, Bucarest, 2006.

