Nel profondo silenzio del mattino, quando la rugiada ancora copriva la terra di Gerusalemme e le tenebre lottavano con i primi raggi del sole, alcuni cuori trepidanti camminavano verso quella che il mondo considerava la fine di una speranza. La Terza Domenica dopo Pasqua non è solo una commemorazione storica di un gruppo di donne credenti, ma è la festa del coraggio duhovnicesc (spirituale) che scaturisce dall’amore. In un mondo di logica fredda, le Mirofore ci insegnano che, dove la mente vede barriere insormontabili, il cuore che cerca Cristo trova il sepolcro vuoto e l’annuncio della Resurrezione.
1. Giuseppe d’Arimatea e il coraggio della testimonianza nell’ora della sconfitta
Il testo evangelico di San Marco Apostolo ed Evangelista ci pone innanzi tutto, la figura luminosa di Giuseppe d’Arimatea. In un momento in cui i discepoli più vicini erano dispersi dalla paura, questo “membro autorevole del sinedrio” compie un gesto di uno sbalorditivo ardire: va da Pilato per chiedere il corpo di Gesù.
Il termine greco usato per “osando” è τολμήσας (tolmésas), che non significa solo semplice coraggio, ma un’assunzione rischiosa di un’azione che poteva portargli l’esclusione sociale o persino la morte. Giuseppe non aspetta più un Regno terreno, ma, attraverso il suo gesto di deporre Cristo in un sepolcro nuovo, diventa il testimone silenzioso della preparazione del più grande miracolo della storia.
San Giovanni Crisostomo sottolinea la grandezza di questo gesto:
“Vedete il coraggio di quest’uomo? Si è esposto alla morte per onorare Colui che sembrava sconfitto. Non ha temuto la furia dei giudei, né il potere di Pilato, ma ha cercato di rendere l’ultimo omaggio al suo Maestro.”[1]
2. “Chi ci rotolerà la pietra?” – La domanda della ragione, la risposta della fede
Le Mirofore – Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e Salome – si avviano verso il sepolcro con “aromi” (myra), desiderando compiere un atto di pietà rituale. Per strada, sono tormentate da una preoccupazione pratica: “Chi ci rotolerà via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”.
La pietra rappresenta spesso nella nostra vita duhovnicească il peso del peccato, della disperazione o dell’impossibilità umana. Tuttavia, alzando gli occhi, videro che la pietra – sebbene fosse molto grande – era già stata rotolata. Questo ribaltamento della pietra simboleggia l’intervento divino che supera ogni calcolo umano.
In lingua greca, la parola per “stupore” o “estasi” provata dalle donne è ἔκστασις (ekstasis). Nel suo senso originale, questo significa “essere fuori di sé”, uscire dai limiti naturali della comprensione per entrare in contatto con il mistero divino. Esse non hanno trovato un cadavere da ungere, ma una presenza angelica che ha cambiato la traiettoria della loro vita.
3. Oltre la paura umana: Il messaggio dell’angelo
Entrando nel sepolcro, le donne vedono un “giovane, seduto a destra, vestito d’una veste bianca”. Il suo messaggio è breve e sconvolgente: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui”.
Questa è l’essenza della nostra fede. Cristo non è un personaggio storico chiuso in un’urna della memoria, ma è il Vivente. San Gregorio Palamas ci spiega che le Mirofore furono le prime a degnarsi di questa visione, proprio perché il loro amore fu più forte della paura delle tenebre:
“Le donne hanno superato gli uomini con la loro costanza e con l’amore intrepido, diventando così gli apostoli degli Apostoli e le messaggere della gioia pasquale.”[2]
4. Il significato duhovnicesc per l’uomo contemporaneo
Perché questo evento è importante per noi oggi? La Domenica delle Mirofore è, in essenza, la festa della fedeltà. In un mondo che ci spinge ad essere “fan” del successo, le Mirofore sono state fedeli a Cristo nel momento del Suo apparente fallimento sulla Croce.
Esse ci insegnano tre lezioni fondamentali per il nostro percorso duhovnicesc:
La priorità dell’amore: Non aspettare di avere tutte le condizioni logiche soddisfatte per fare il bene. Le Mirofore sono partite verso il sepolcro senza sapere chi avrebbe rimosso la pietra, ma sono partite. Dio completa ciò che manca dove esiste un’intenzione pura.
Il superamento della paura: La paura è naturale, ma non deve diventare paralizzante. Sebbene il vangelo dica che “erano prese da timore”, esse non si sono fermate nella loro missione.
La vocazione della testimonianza: Ogni cristiano è chiamato ad essere un “portatore di mirra” – cioè un portatore del buon profumo di Cristo nella famiglia, sul lavoro e nella società.
San Diadoco di Fotice ci ricorda questo “profumo” dell’anima:
“Come il nardo prezioso diffonde il suo profumo anche attraverso i vasi più chiusi, così la grazia dello Spirito Santo si fa sentire nell’anima di colui che si purifica attraverso la fede e le buone opere.”[3]
Conclusione: La chiamata a una vita risorta
La Domenica delle Mirofore ci invita ad “alzare gli occhi” dalla polvere delle preoccupazioni quotidiane e a vedere la pietra ribaltata. Ognuno di noi porta nell’anima una “mirra” – i talenti, la bontà, la preghiera – che dobbiamo offrire al Signore.
Non lasciamo che le pietre del dubbio ci fermino dal cammino verso Cristo. Abbiamo il coraggio di Giuseppe e la devozione di Maria Maddalena, comprendendo che la Resurrezione non è solo un evento del passato, ma una realtà duhovnicească presente in ogni Santa Liturgia. Oggi, siamo chiamati a diventare, a nostra volta, mirofori del XXI secolo, annunziando con la nostra vita che la morte è stata vinta e che Cristo è, davvero, in mezzo a noi.
Note bibliografiche:
[1] San Giovanni Crisostomo, Omelie su Matteo, Omelia LXXXVIII.
[2] San Gregorio Palamas, Omelie, Omelia 18 sulla Domenica delle Mirofore.
[3] San Diadoco di Fotice, Cento capitoli sulla perfezione spirituale, in “Filocalia”.

