La festa della Discesa dello Spirito Santo e quella di Tutti i Santi ci hanno mostrato, nelle scorse settimane, come la grazia divina si sia riversata sull’intera creazione e come abbia fruttificato nelle anime degli uomini di ogni nazione e di ogni tempo. In modo naturale e pieno di significato duhovnicesc (spirituale), l’ordine liturgico della nostra Chiesa ha stabilito che la seconda Domenica dopo la Pentecoste sia dedicata a tutti i Santi Romeni. Questa santa giornata rappresenta il momento in cui il nostro popolo piega il proprio cuore con profonda gratitudine dinanzi al proprio raccolto duhovnicesc. I santi romeni – dai primi martiri della Dobrugia, fino ai cuoriosi eremiti dei Carpazi e ai confessori delle prigioni comuniste – sono la prova vivente che la terra romena non è stata una semplice scena di storia avversa, priva di grazia, ma un vero “giardino della Madre di Dio”, santificato attraverso la preghiera, la perseveranza e il sacrificio.
Il brano evangelico stabilito per questa domenica (Matteo 5, 14-16; 10, 32-33, 17-18, 22) ci pone dinanzi a una chiamata profonda ed esigente: quella di essere “la luce del mondo” e di testimoniare Cristo a costo della nostra stessa vita. Per l’uomo moderno, spesso stanco e smarrito nel labirinto rumoroso delle preoccupazioni quotidiane e della secolarizzazione, i nostri santi non sono idoli lontani dipinti sulle pareti delle chiese, ma fratelli maggiori e instancabili intercessori che ci mostrano come la santità sia una realtà pratica, quotidiana, accessibile a tutti.
I nostri santi – frutti dello Spirito Santo nel campo del popolo
A differenza di altri popoli del nostro continente che sono stati cristianizzati tramite decreti reali o con la forza della spada, il popolo romeno ha ricevuto la fede cristiana in modo nobile, discreto e costante. Fin dalla predicazione del Santo Apostolo Andrea sulla terra dell’odierna Dobrugia, il seme del Vangelo è stato accolto liberamente, dal profondo del cuore. Siamo nati cristiani senza stimoli coercitivi, assimilando l’Ortodossia non come una dottrina imposta dall’alto, ma come il nostro stesso modo di essere, di sentire, di vivere e di rapportarci a Dio e al prossimo.
La Domenica dei Santi Romeni ci ricorda che la santità ha una specificità locale, un profumo proprio della nostra terra. I santi romeni hanno saputo unire l’asprezza della ascesi con una indicibile mitezza, discrezione e umanità (omenie), virtù che definiscono la parte più profonda dell’anima romena. Hanno vissuto “sulla via di tutte le avversità”, al crocevia di imperi e invasioni, ma hanno custodito accesa la candela della fede nelle celle tra le montagne, nelle umili capanne degli oppressi o sui troni principeschi. La loro celebrazione ci mostra che la santità non è un lusso dei tempi di pace, ma una fortezza di difesa nei tempi di persecuzione e sofferenza.
„Voi siete la luce del mondo”: Il mistero della fiaccola sul candelabro
Nel Discorso della Montagna, il Salvatore rivolge ai Suoi discepoli parole di un’autorità unica: “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città posta sopra un monte” (Matteo 5, 14). Gesù non usa un tono di semplice raccomandazione; Egli non dice “sarebbe bene che foste una luce” o “sforzatevi di risplendere”, ma afferma in modo categorico la nostra identità duhovnicească.
Naturalmente, noi non abbiamo una luce propria, autonoma. Come la luna non risplende da se stessa, ma riflette la luce del sole, così il cristiano riceve la grazia divina dal Sole di Giustizia – Cristo – e la diffonde intorno a sé. San Giovanni Crisostomo, commentando questo passaggio, sottolinea l’immensa responsabilità di coloro che sono chiamati all’apostolato e alla via di santità:
“Cristo dice ai Suoi discepoli: Io ho acceso la luce; la vostra cura è che la luce rimanga accesa non solo per voi, ma anche per coloro che godranno del suo splendore e saranno condotti alla verità… Mostrate, dunque, una vita degna della grazia che avete ricevuto.” [^1]
Mettere la fiaccola sul candelabro significa non nascondere la nostra fede sotto il moggio della vergogna, della comodità o del conformismo sociale. Il candelabro rappresenta la Chiesa e l’altezza delle virtù, il luogo da cui la luce delle nostre buone opere deve diventare visibile affinché gli uomini, vedendole, glorifichino il Padre che è nei cieli. I santi romeni sono stati proprio queste fiaccole poste sul candelabro, illuminando non solo le loro celle oscure, ma l’intera coscienza del popolo.
Il mistero della confessione: „In Me”, non solo „Me”
La seconda parte del Vangelo ci pone dinanzi alla condizione della salvezza e del nostro riconoscimento nel Regno dei Cieli: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Matteo 10, 32).
Nel testo greco, la sfumatura teologica è di una profondità sbalorditiva. Il Salvatore non dice semplicemente “riconoscerà Me” (confesserà Me), ma usa la preposizione en (in/in unione con): homologēsei en emoi (ὁμολογήσει ἐν ἐμοὶ), cioè “confesserà in Me” (testimonierà in Me). Questa sottile precisione linguistica è evidenziata da San Giovanni Crisostomo nelle sue Omelie su Matteo:
“Guarda come sono precise le Sue parole. Non ha detto: ‘Me’, ma ‘In Me’, mostrando che colui che confessa non confessa con le sue sole forze, ma aiutato dalla grazia che viene dall’alto. Di colui che rinnega, invece, non ha detto ‘in Me’, ma ‘Me’ (ἀρνήσηται ἐμέ), perché rinnega essendo privo della grazia.” [^2]
La vera testimonianza non è, quindi, un atto di orgoglio o una semplice ambizione terrena, ma il frutto della nostra dimora in Cristo e della presenza della grazia nel nostro cuore. Quando l’uomo vive in Cristo, la sua testimonianza diventa naturale, calda e piena di forza persuasiva. Al contrario, il rinnegamento di Cristo avviene quando ci separiamo dalla Sorgente della vita e ci lasciamo guidare solo dalla paura terrena o dalle nostre debolezze. I santi romeni – come i Santi Martiri Brâncoveni, che rifiutarono di salvare le loro vite e ricchezze transitorie a costo di rinnegare la fede – hanno testimoniato in Cristo, affidandosi interamente alla mano della grazia divina.
La pazienza e il „martirio della coscienza” nella vita di ogni giorno
Il Vangelo ci avverte che la testimonianza di Cristo porta spesso incomprensioni e persecuzioni da parte del mondo: “sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato” (Matteo 10, 22).
Sebbene oggi la maggior parte di noi non debba affrontare tribunali o la minaccia diretta della morte fisica per la fede, la persecuzione e le prove assumono forme molto più sottili e insidiose nella società moderna. Possiamo essere emarginati, etichettati come bigotti o retrogradi solo perché desideriamo educare i nostri figli nel timore di Dio, preservare la purezza della famiglia o essere onesti sul posto di lavoro.
In questi tempi di pace esteriore, ma di accanita guerra invisibile, i Santi Padri ci parlano di un’altra forma di santificazione: il martirio della coscienza o dell’intenzione. San Basilio il Grande, guardando alla vita degli asceti e dei cristiani nei periodi privi di violente persecuzioni, sottolineava che:
“Il cristiano può assumere l’atteggiamento martirico in modo invisibile, attraverso il taglio della propria volontà, la sopportazione delle malattie e delle tentazioni senza mormorare, e custodendo con santità i comandamenti del Vangelo. Chi sopporta le prove della vita con fede e amore compie ogni giorno un martirio della coscienza.” [^3]
Un esempio concreto per la famiglia contemporanea è la lotta contro la frenesia e la corsa al benessere materiale, che spesso sottrae tempo prezioso ai figli e alla vita duhovnicească. Rifiutare di sacrificare la pace della casa sull’altare di una carriera eccessiva o del consumismo è, in realtà, una forma di testimonianza delle priorità duhovnicești di fronte al mondo moderno. Quando marito e moglie portano le loro debolezze con pazienza, quando perdonano invece di vendicarsi e quando fanno della preghiera l’ancora quotidiana della loro vita, lasciano che la luce di Cristo risplenda nella loro casa, rendendo la famiglia una piccola chiesa.
Conclusione
La Domenica dei Santi Romeni è una festa di gioia e di speranza, ma anche uno specchio in cui siamo chiamati a guardare lo stato della nostra stessa anima. Questa festa ci mostra che la santità non è una realtà estranea alla nostra natura, ma è la stessa vocazione della terra in cui viviamo. I santi romeni hanno camminato sugli stessi sentieri che percorriamo noi, hanno contemplato le mime montagne, hanno parlato la stessa lingua e hanno lottato contro le stesse debolezze umane. Tuttavia, sono riusciti a diventare templi dello Spirito Santo, lasciando che la grazia divina santificasse le loro vite.
Siamo chiamati, a nostra volta, a essere portatori di luce nelle nostre comunità, sul posto di lavoro o nelle nostre famiglie. Non lasciamoci vincere dallo scoraggiamento o dallo spirito di questo mondo, ma appoggiamoci sulle fervide preghiere dei santi del nostro popolo. Iniziamo fin da oggi questa ascesa, ponendo un buon inizio attraverso una confessione sincera, la carità e la testimonianza coraggiosa, con mitezza e discrezione, della nostra fede.
Gridiamo a loro con fede: Santi romeni, che avete ardire dinanzi alla Santissima Trinità, pregate per la nostra terra e per le anime nostre!
Termini greci spiegati
φῶς – phōs – Significa “luce”. Nel Nuovo Testamento, questo termine indica sia la luce fisica sia la Luce increata di Dio. Dal punto di vista duhovnicesc, nel contesto del brano evangelico, ci mostra che i discepoli di Cristo sono chiamati a diventare trasparenti alla grazia divina, riflettendo nel mondo la purezza, la verità e l’amore divino, allontanando le tenebre del peccato e della disperazione.
ὁμολογέω – homologeō – Significa “confessare”, “riconoscere pubblicamente” o “essere d’accordo”. Etimologicamente proviene dalle parole homou (insieme) e logos (parola/il Logos). Nel contesto duhovnicesc della festa, confessare (testimoniare) in Cristo significa mettere la nostra vita, i nostri pensieri e le nostre parole in perfetto accordo con il Logos divino; la testimonianza è quindi un atto profondo di comunione realizzato attraverso l’opera della grazia e non una semplice dichiarazione esteriore.
Note di subsol
[^1]: San Giovanni Crisostomo, Omelie su Matteo, Omelia XV, VII, nella Collana Părinți și Scriitori Bisericești (PSB), vol. 23, Casa Editrice dell’Istituto Biblico e di Missione della Chiesa Ortodossa Romena, Bucarest, 1994, p. 185.
[^2]: San Giovanni Crisostomo, Omelie su Matteo, Omelia XXXIV, Cap. III, nella Collana Părinți și Scriitori Bisericești (PSB), vol. 23, Casa Editrice dell’Istituto Biblico e di Missione della Chiesa Ortodossa Romena, Bucarest, 1994, p. 427.
[^3]: San Basilio il Grande, Epistola 150, nella Collana Părinți și Scriitori Bisericești (PSB), vol. 12, Casa Editrice dell’Istituto Biblico e di Missione della Chiesa Ortodossa Romena, Bucarest, 1980 (si veda anche lo studio teologico riguardante “il martirio della coscienza o dell’intenzione negli scritti di San Basilio”).

