Viviamo in un mondo assalito dal rumore visivo e informativo, un’epoca in cui siamo costantemente bombardati da immagini e messaggi. Eppure, paradossalmente, l’uomo contemporaneo soffre spesso di una profonda solitudine e di una cecità interiore difficile da guarire. Il Vangelo della VII Domenica dopo Pentecoste (Matteo 9, 27-35) ci pone dinanzi uno specchio spirituale di sconvolgente semplicità e profondità: la guarigione di due ciechi e di un muto indemoniato a Cafarnao.
Questo miracolo non è una semplice cronaca storica dell’attività terrena del Salvatore Cristo, ma rappresenta una mappa vivente della nostra restaurazione interiore. Il testo evangelico ci mostra come la fede operosa trasformi le tenebre in luce e come la liberazione dalla schiavitù del maligno restituisca all’uomo la dignità di proclamare la verità.
1. Il grido dalle tenebre: “Abbi pietà di noi, Figlio di Davide!”
Il Vangelo si apre con l’immagine di due uomini privati del dono fisico più prezioso: la vista. Essi non possono scorgere Gesù, ma lo sentono passare. Sebbene i loro occhi di carne siano spenti, lo sguardo del loro cuore è straordinariamente acuto. Essi gridano: «Abbi pietà di noi, Figlio di Davide!».
In lingua greca, il verbo utilizzato per descrivere il loro grido è κράζοντες (krazontes), che deriva da krazō. Questo termine non indica una semplice richiesta cortese o una conversazione ordinaria, ma esprime un grido forte, istintivo, che sgorga dalle viscere del dolore, un grido di sopravvivenza. È il grido dell’anima che riconosce la propria assoluta impotenza e ripone tutta la speranza nell’unico Redentore.
Rivolgendosi a Lui con il titolo di “Figlio di Davide”, i due ciechi testimoniano pubblicamente la loro fede in Gesù come il Messia predetto dai profeti. I Santi Padri lodano questa loro penetrazione spirituale. San Giovanni Crisostomo annota a questo proposito:
«I giudei, sebbene vedessero i Suoi miracoli, Lo bestemmiavano e Lo definivano un ingannatore; questi ciechi invece, privati della vista, Lo riconoscono come Messia e Lo confessano come Figlio di Davide, dando prova di una fede più limpida di quella di coloro che vedevano fisicamente.» [^1]
[^1]: San Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo, Omelia XXXII, 1, nella collezione “Padri e Scrittori Ecclesiastici” (PSB).
2. Il mistero della fede e il tocco risanatore: Pistis nella nostra vita
Un dettaglio estremamente importante nel testo sacro è che Gesù non guarisce i ciechi lungo la via. Lascia che Lo seguano fin dentro casa. Attraverso questo indugio pedagogico, il Signore mette alla prova la loro costanza e offre loro l’opportunità di manifestare pubblicamente la loro fermezza.
Una volta entrati in casa, Cristo rivolge loro una domanda fondamentale: «Credete che io possa fare questo?». La loro risposta è pronta, priva di esitazioni: «Sì, o Signore!».
La parola chiave per “fede” nel testo originale greco è πίστις (pistis). Nel contesto del Nuovo Testamento, pistis supera di gran lunga il significato di una semplice accettazione intellettuale dell’esistenza di Dio. Essa significa fiducia totale, abbandono pieno nelle braccia del Creatore e un legame personale, vivo, di fedeltà.
Quando il Signore pronuncia: «Sia fatto a voi secondo la vostra fede!», Egli non fa altro che aprire le dighe della grazia a misura del vaso che i due hanno preparato attraverso la loro fede (pistis). I loro occhi si aprono istantaneamente. La luce fisica penetra nei loro bulbi oculari perché la luce spirituale della fede aveva già conquistato i loro cuori.
San Cirillo d’Alessandria commenta questo momento sublime, mostrando l’importanza della sinergia tra la volontà dell’uomo e la grazia divina:
«Il Salvatore chiede la fede non perché Egli abbia bisogno della nostra conferma, ma affinché la guarigione sia un atto di cooperazione. La fede dell’uomo apre la porta della misericordia divina, e il tocco del Signore perfeziona la natura indebolita.» [^2]
[^2]: San Cirillo d’Alessandria, Commento al Vangelo di Matteo, Editrice scientifica / Istituto Biblico e di Missione Ortodossa.
3. La discrezione spirituale e il silenzio fecondo
Dopo aver compiuto il miracolo, il Salvatore comanda severamente ai due guariti: «Badate che nessuno lo sappia!».
Perché questo comando così severo di tacere? Nella pedagogia ortodossa, l’umiltà è il fondamento di tutte le virtù. Cristo ci insegna con le Sue azioni a fuggire la vanagloria e la lode degli uomini. Qualsiasi opera spirituale speciale, ogni vittoria sul peccato o dono ricevuto da Dio deve essere custodito nel segreto del cuore, lontano dagli occhi curiosi del mondo.
Sebbene i ciechi guariti non abbiano potuto trattenere la loro gioia e gratitudine, diffondendone la fama in tutta quella regione, il loro gesto – pur nascendo da un amore puro – attira la nostra attenzione sul valore del silenzio. Nella tradizione filocalica, il silenzio saggio è considerato una custodia della mente, un modo per conservare la grazia ricevuta.
4. Il muto indemoniato: quando il peccato ci ruba la voce e la libertà
Erano appena usciti i due uomini guariti, quando viene condotto davanti al Signore un uomo muto, posseduto da un demonio. Questo caso differisce fondamentalmente da quello dei ciechi. I ciechi potevano gridare, avevano coscienza della loro malattia e chiedevano aiuto. Il muto invece è completamente impotente: non può parlare, non può chiedere pietà e, inoltre, la sua volontà è soggiogata da una forza demoniaca.
La cecità spirituale e il mutismo spirituale sono strettamente legati. Quando l’uomo perde il discernimento e si lascia schiavizzare dalle passioni, diventa “muto” nella sua relazione con Dio. Non sa più pregare, non sa più confessare la verità e non può più lodare il Creatore.
Il Vangelo ci dice in modo semplice e solenne: «E dopo che il demonio fu scacciato, il muto cominciò a parlare». Cristo restituisce all’uomo non solo la facoltà fisica di parlare, ma soprattutto la libertà di esprimersi come creatura creata a immagine di Dio.
San Nicola Velimirović ci offre una profonda prospettiva su questa liberazione:
«Il demonio muto è colui che impedisce all’uomo di confessarsi, colui che gli chiude la bocca quando dovrebbe chiedere perdono o ringraziare. Quando Cristo entra nell’anima, i legami impuri si spezzano e la lingua si scioglie per proclamare la verità e rendere lode a Dio.» [^3]
[^3]: San Nicola Velimirović, Omelie, Casa Editrice Sophia, Bucarest, 2006.
5. Le reazioni del mondo: tra stupore puro e invidia demoniaca
Verso la fine della pericope evangelica, assistiamo a una drammatica polarizzazione della società di Cafarnao di fronte alla medesima realtà spirituale:
Le folle semplici rimangono stupite e testimoniano con sincera meraviglia: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele». Il cuore puro del popolo riconosce la presenza della santità e del potere divino.
I farisei, rappresentanti dell’élite religiosa autosufficiente, accecati dall’invidia e dall’orgoglio, ricorrono a una calunnia assurda: «Egli scaccia i demoni per opera del principe dei demoni».
Questa reazione dei farisei mostra una cecità molto più grave di quella fisica dei due uomini all’inizio del testo. È la cecità volontaria, il rifiuto cosciente di vedere la luce della verità. Quando l’uomo si indurisce nella malizia e nell’invidia, giunge a chiamare le tenebre luce e l’opera dello Spirito Santo opera diabolica.
Conclusione: Apriamo gli occhi dell’anima e cantiamo la verità
La VII Domenica dopo Pentecoste ci pone dinanzi a una domanda vitale per il nostro cammino spirituale: Dove ci collochiamo noi in questo quadro evangelico?
Forse spesso assomigliamo ai due ciechi, vagando nelle tenebre delle preoccupazioni della vita, della disperazione o dell’ignoranza. La via d’uscita è quella indicata da loro: seguire con costanza Cristo, entrare nella Sua “casa” – che è la Santa Chiesa – e gridare con tutta la nostra fede (pistis): «Signore, abbi pietà di noi!».
O forse ci ritroviamo nella condizione del muto indemoniato, paralizzati dall’orgoglio, incapaci di chiedere perdono o di confessare i nostri peccati nel Santo Sacramento della Confessione. Cristo attende anche noi per toccare la nostra anima, per liberarci dallo spirito muto e oppressore dell’orgoglio e restituirci il dono di pronunciare parole d’amore, di perdono e di ringraziamento.
Fuggiamo la cecità mortale dei farisei che, vedendo il bene, lo travisano per invidia. Preghiamo affinché il Signore Gesù Cristo tocchi gli occhi dei nostri cuori affinché, vedendo i Suoi miracoli nella vita di ogni giorno, possiamo confessare con gioia, come le folle di un tempo, la Sua gloria e la Sua misericordia nei secoli dei secoli. Amen.

