Vi sono momenti nei quali la vita assomiglia a una barca sorpresa in mezzo al mare: il vento è contrario, le forze diminuiscono e la riva sembra sempre più lontana. Una notizia inattesa, una malattia, l’incertezza del futuro, le tensioni familiari o la solitudine possono sollevare nell’anima onde che non sappiamo come placare.
Il Vangelo della Nona Domenica dopo Pentecoste — Gesù cammina sulle acque e seda la tempesta (Matteo 14, 22-34) — non ci offre una ricetta per evitare ogni prova, ma ci rivela qualcosa di più profondo: Cristo non abbandona la barca della nostra vita, neppure quando ci sembra che tardi a venire.
Una lunga notte e una barca nella prova
Dopo la moltiplicazione dei pani, il Signore costringe i discepoli a salire sulla barca, mentre Egli si ritira sul monte per pregare. I discepoli obbediscono, ma la loro obbedienza non li preserva dalla tempesta.
Questa è una delle prime verità che il Vangelo ci insegna: la prova non significa necessariamente che ci troviamo sulla strada sbagliata. Talvolta, proprio lungo il cammino dell’obbedienza incontriamo il vento contrario, affinché la nostra fede sia purificata dall’autosufficienza e impari ad affidarsi più pienamente a Dio.
Il contesto geografico rende la scena ancora più viva. Il Mare di Galilea è in realtà un lago di circa 168 km², lungo quasi 22 km e largo circa 12 km, situato a quasi 210 metri sotto il livello del mare. Il rilievo circostante favorisce la formazione di venti forti, capaci di sollevare rapidamente onde pericolose.[1] I discepoli, quindi, non stavano affrontando una paura immaginaria. Il pericolo era reale.
L’evangelista afferma che Gesù venne verso di loro «alla quarta vigilia della notte», cioè approssimativamente tra le tre e le sei del mattino.[2] Essi avevano lottato per molte ore. Il Signore non li aveva dimenticati, anche se l’aiuto non era giunto secondo i tempi da loro desiderati.
Anche nella nostra vita, il silenzio di Dio non è assenza e il ritardo che avvertiamo non è indifferenza. Cristo vede la nostra fatica, conosce la nostra paura e viene nel momento in cui l’incontro con Lui può trasformare non soltanto le circostanze, ma anche il cuore.
La preghiera di Cristo e la perseveranza dei discepoli
Mentre la barca è percossa dalle onde, Cristo prega da solo sul monte. Il beato Teofilatto di Ocrida vede in questo gesto un insegnamento per ogni cristiano: il Signore ci insegna «a pregare senza distrazioni» e a non abbandonare la preghiera dopo poco tempo.[3]
In un mondo dominato dalle notifiche, dalla fretta e da un’attenzione continuamente frammentata, questa chiamata è particolarmente attuale. Abbiamo bisogno di ritirarci, almeno per qualche istante, dal rumore che ci circonda, per raccogliere la mente e il cuore davanti a Dio.
La preghiera non è una fuga dalla realtà, ma il gesto con cui poniamo la realtà alla presenza di Dio. Non significa che le onde scompaiano immediatamente, ma che l’anima cominci a non essere più dominata da esse. L’uomo che prega non diventa insensibile alla sofferenza, ma riceve la forza di attraversarla senza perdere la speranza.
«Coraggio, sono Io; non abbiate paura»
Quando i discepoli vedono Gesù camminare sul mare, la loro paura cresce. Invece di riconoscere la liberazione, credono di vedere un fantasma. La paura può deformare lo sguardo: talvolta persino l’avvicinarsi dell’aiuto ci sembra una nuova minaccia.
Per questo Cristo parla loro prima ancora di sedare il vento:
«Coraggio, sono Io; non abbiate paura».
Nel testo greco compaiono le parole Θαρσεῖτε (Tharseite) — «abbiate coraggio», «fatevi animo» — e l’espressione ἐγώ εἰμι (egō eimi) — letteralmente, «Io sono».[4]
Il coraggio richiesto dal Signore non è un ottimismo costruito artificialmente, né una fiducia cieca nelle proprie capacità. Esso nasce dalla Sua presenza: «Abbiate coraggio» perché «Io sono». Nel contesto, l’espressione aiuta i discepoli a riconoscerlo; nello stesso tempo, possiede la profondità di una rivelazione divina. Colui che viene sulle acque non è soltanto un maestro straordinario, ma il Signore della creazione.
L’ordine delle parole è essenziale per la vita in Cristo: prima viene la presenza di Cristo, poi il superamento della paura. Il cristiano non dice: «Non ho paura perché sono forte», ma: «Non sono solo, perché Cristo è con me».
Pietro: la fede che cammina e il dubbio che affonda
Pietro risponde con l’audacia dell’amore:
«Signore, se sei Tu, comandami di venire verso di Te sulle acque».
San Giovanni Crisostomo osserva che l’Apostolo non cercava lo spettacolo del miracolo: egli «non si rallegrava tanto di camminare sulle acque, quanto di andare verso Gesù».[5] La vera fede non cerca ciò che è sensazionale, ma la vicinanza a Cristo.
Alla parola «Vieni!», Pietro scende dalla barca. Finché il suo sguardo rimane rivolto al Signore, l’impossibile diventa una strada. Quando però «vede il vento», la paura invade il suo cuore ed egli comincia ad affondare.
Il Vangelo non dice che il vento fosse improvvisamente diventato più forte, ma che Pietro aveva spostato la propria attenzione da Cristo al pericolo. Le onde erano le stesse, ma nel suo cuore era cambiato il centro dello sguardo.
Il Signore lo chiama ὀλιγόπιστε (oligopiste) — «uomo di poca fede» — non «incredulo». Pietro possiede la fede, ma una fede indebolita dalla paura. Il verbo ἐδίστασας (edistasas), tradotto con «hai dubitato», deriva da διστάζω e indica l’esitazione, l’incertezza, l’oscillare tra due posizioni. Questo termine compare soltanto due volte nel Nuovo Testamento, entrambe nel Vangelo secondo Matteo.[6]
Il dubbio di Pietro non è una negazione totale di Cristo, ma la condizione di un cuore diviso tra la parola del Signore e la forza apparente delle onde. Il beato Teofilatto riassume con chiarezza il momento: «Quando la sua fede si indebolì, allora cominciò ad affondare».[7]
Tuttavia, il centro della scena non è la caduta di Pietro, ma la mano di Cristo. L’Apostolo grida:
«Signore, salvami!»
E Gesù lo afferra «subito». La preghiera è brevissima, ma completa: contiene l’invocazione del Nome del Signore, la confessione della propria impotenza e la speranza nel Salvatore.
Cristo rimprovera Pietro, ma non lo lascia annegare. Lo corregge mentre lo tiene per mano. Questa è la pedagogia divina: la verità non è separata dall’amore e la correzione non è separata dalla salvezza.
La barca, immagine della Chiesa
I Padri della Chiesa hanno visto nella barca un’immagine della comunità dei credenti che attraversa il mare di questo mondo. Il beato Agostino afferma: «Il mare è il mondo presente e Pietro è figura dell’unica Chiesa».[8]
La Chiesa non è una barca preservata da ogni tempesta, ma il luogo nel quale Cristo viene, viene accolto e viene confessato. Essa non è composta da uomini che non hanno mai paura, ma da uomini che imparano a gridare insieme verso il Signore.
Questa immagine ci protegge da due tentazioni. La prima è l’individualismo: nessuno attraversa da solo il mare della vita. Abbiamo bisogno della preghiera della Chiesa, della Divina Liturgia, della Confessione, della Santa Comunione, della parola della Scrittura e del sostegno dei fratelli.
La seconda tentazione è lo scoraggiamento davanti alle debolezze umane presenti nella barca. I discepoli sono impauriti e incapaci di comprendere, Pietro affonda, ma Cristo non rinuncia a loro. Le debolezze degli uomini non annullano la presenza e l’opera del Signore nella Sua Chiesa.
Quando Cristo sale sulla barca, il vento si calma e i discepoli si prostrano davanti a Lui, confessando:
«Davvero Tu sei il Figlio di Dio».
Il miracolo giunge al suo compimento non soltanto attraverso la calma del mare, ma attraverso la nascita della confessione di fede. Lo scopo non è semplicemente il benessere dei discepoli, ma la conoscenza di Cristo.
Che cosa fare quando il vento è contrario?
Il Vangelo della Nona Domenica dopo Pentecoste può essere vissuto in modo molto concreto.
1. Non confondere la tempesta con l’abbandono
Una prova non dimostra che Dio ci abbia dimenticati. Talvolta Cristo permette la lotta perché l’uomo scopra ciò che in lui è fragile e ciò che è veramente saldo.
2. Mantenere lo sguardo rivolto a Cristo
Le onde devono essere osservate con realismo, ma non devono diventare il centro dell’esistenza. Le notizie, le diagnosi, i problemi economici e i conflitti richiedono responsabilità, ma non devono avere l’ultima parola. L’ultima parola appartiene a Cristo.
3. Pronunciare la preghiera di Pietro
«Signore, salvami!» può diventare la preghiera del malato, del genitore preoccupato, del giovane che vive nell’incertezza, della famiglia provata o della persona oppressa dalla solitudine.
Non è la lunghezza della preghiera a renderla viva, ma la verità del cuore che si affida a Dio.
Cristo non guarda la tempesta dalla riva
Il messaggio di questa Domenica è semplice e potente: Cristo viene verso di noi proprio attraverso il luogo che ci incute paura. Egli cammina sopra ciò che a noi sembra impossibile da attraversare, tende la mano a chi sta affondando ed entra nella barca di coloro che Lo accolgono.
La fede non significa non provare mai paura, ma non permettere alla paura di spezzare il legame con il Signore. Pietro ebbe paura, dubitò e cominciò ad affondare, ma seppe verso Chi gridare. Per questo il Vangelo non è il racconto di un fallimento, ma l’icona di una salvezza.
Nella settimana che inizia, quando il vento sarà contrario, non dimentichiamo le parole di Cristo:
«Coraggio, sono Io; non abbiate paura».
E quando le forze verranno meno, diciamo senza vergogna e senza indugio:
«Signore, salvami!»
La Sua mano è più vicina dell’onda.
Note
[1] R. Avissar e collaboratori, studio sulla circolazione e sulla struttura termica del Lago Kinneret, Journal of Physical Oceanography, dati relativi alla superficie, alle dimensioni, all’altitudine e ai venti forti.
[2] Nota esplicativa a Matteo 14, 25: la quarta vigilia corrispondeva approssimativamente all’intervallo tra le ore 3:00 e le ore 6:00.
[3] Beato Teofilatto di Ocrida, Commento al Vangelo secondo Matteo, commento a Matteo 14, 23-24.
[4] Testo greco di Matteo 14, 27: «Θαρσεῖτε, ἐγώ εἰμι· μὴ φοβεῖσθε».
[5] San Giovanni Crisostomo, Omelia 50 sul Vangelo secondo Matteo.
[6] Testo greco e analisi lessicale di Matteo 14, 31; il verbo διστάζω significa «esitare, dubitare, essere incerto».
[7] Beato Teofilatto di Ocrida, commento a Matteo 14, 29-30.
[8] Beato Agostino, Discorso 76 su Matteo 14, 25.

