Nel trambusto di un mondo che corre verso il successo, la performance e la novità, esistono angoli d’ombra dove il tempo sembra essersi cristallizzato in una sofferenza muta. Il Vangelo della IV Domenica dopo Pasqua ci conduce a Gerusalemme, presso la piscina di Betzaidà, un luogo che, sebbene si traduca come “Casa della Misericordia”, era diventato per molti uno spazio di disperazione prolungata. Qui, tra cinque portici colmi di dolore, scopriamo non solo un miracolo medico, ma una rivelazione profonda sulla dignità umana e sulla solitudine che solo l’Uomo-Dio può colmare.
Betzaidà: Simbolo dell’impotenza umana
Gerusalemme era in festa, ma Gesù, il Buon Pastore, si dirige verso la “Porta delle Pecore”. Presso questa porta si trovava una κολυμβήθρα (kolymbethra), termine greco che indica una piscina o una vasca. In questa vasca, un angelo del Signore scendeva periodicamente e “agitava l’acqua”, offrendo la guarigione al primo che riusciva a entrarvi.
Questa piscina era una pallida prefigurazione del Battesimo cristiano, ma segnata dai limiti della Vecchia Legge: guariva solo una persona alla volta e solo a determinati intervalli. I portici di Betzaidà erano pieni di persone “inaridite” – anime paralizzate non solo fisicamente, ma anche socialmente. L’immagine della folla di malati in attesa di un miracolo competitivo è uno specchio del mondo privo di grazia, dove il debole è schiacciato dal rapido e chi è solo è condannato all’oblio.
“Signore, non ho nessuno” – Il grido della solitudine ontologica
In questo paesaggio di dolore, Cristo si ferma davanti a un uomo che portava il peso della paralisi da trentotto anni. È una vita intera perduta su un giaciglio di sofferenza. La domanda del Signore sembra paradossale: “Vuoi guarire?”. Chi non vorrebbe? Tuttavia, Gesù non cerca una risposta medica, ma vuole risvegliare la volontà assopita di colui che si era abituato allo status di vittima.
La risposta del paralitico è lancinante: “Signore, non ho nessuno (ἄνθρωπον – anthropon) che m’immerga nella piscina”. Questo grido definisce il dramma dell’umanità di tutti i tempi. In lingua greca, ἄνθρωπον non si riferisce solo a una presenza biologica, ma a qualcuno che possiede umanità, compassione e capacità di sacrificio. Il paralitico non si lamentava della malattia, ma dell’assenza del prossimo. Era circondato da migliaia di persone, ma era completamente solo.
San Giovanni Crisostomo ci esorta a guardare alla grandezza d’animo di questo malato:
“Non ha mormorato, non ha maledetto il giorno in cui è nato, non ha insultato coloro che gli passavano accanto senza aiutarlo. Trentotto anni di attesa non gli hanno inasprito il cuore, ma hanno raffinato la sua pazienza.”[1]
La Parola che risuscita dalla morte
Cristo non aspetta l’agitarsi dell’acqua. Egli è la Sorgente della Vita. Attraverso il Suo comando: “Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina!”, Egli ristabilisce l’ordine naturale della creazione. La guarigione è istantanea. Il lettuccio, che fino ad allora lo aveva portato come un cadavere vivente, diventa ora il trofeo della sua vittoria, che egli porta sulle spalle come testimonianza della potenza divina.
Questo sollevarsi rappresenta il passaggio dallo stato di paralisi duhovnicească (spirituale) a quello di creatura nuova. San Cirillo d’Alessandria spiega che la guarigione del paralitico è una prova della potenza del Verbo incarnato:
“Cristo non guarisce solo il corpo, ma attraverso la Sua parola datrice di vita, Egli rigenera l’intera struttura dell’essere umano, dimostrando di essere Colui che in principio ha plasmato l’uomo.”[2]
Tuttavia, questo miracolo scatena il conflitto con il formalismo religioso dell’epoca. I giudei non vedono l’uomo guarito, ma il “lettuccio portato di sabato”. Per loro, la legge era diventata più importante della persona. Cristo rompe questa barriera del sabato, mostrando che la misericordia è la vera santificazione del tempo.
Il legame tra sofferenza e stato duhovnicesc
Dopo il miracolo, Gesù ritrova l’uomo guarito nel Tempio. Non in piazza, non ai banchetti, ma nel luogo del ringraziamento. Lì, il Signore gli rivolge un avvertimento essenziale: “Ecco, sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio”.
La Chiesa ci insegna che esiste un legame misterioso tra la salute del corpo e quella dell’anima. Sebbene non ogni malattia sia punizione per un peccato specifico, la paralisi di quest’uomo aveva una radice nella sua vita interiore. Il peccato è, in essenza, una paralisi dell’amore, una rottura con Dio che, nel tempo, può somatizzarsi in infermità fisiche. Quel “qualcosa di peggio” non si riferisce necessariamente a una malattia più grave, ma alla morte duhovnicească – la separazione eterna dalla Sorgente della Vita.
San Nicola Velimirovic sottolinea questo aspetto:
“Il peccato è il verme che rode la radice della salute. Cristo ha guarito prima l’infermità fisica per offrire all’anima il respiro e la forza di pentirsi e di non tornare più nella schiavitù delle tenebre.”[3]
Conclusione: Diventare l’“uomo” per il nostro prossimo
La Domenica del Paralitico ci sfida a guardare con onestà alla nostra vita. Quanti di noi giacciono sotto i “portici” delle proprie passioni, aspettando che qualcosa dall’esterno – i soldi, il successo, le opinioni altrui – “agiti l’acqua” della nostra felicità?
Cristo passa oggi accanto a noi e ci chiede: “Vuoi guarire?”. La guarigione inizia con il nostro desiderio e si perfeziona nell’incontro con Lui nei Santi Misteri (Sacramenti). Ma c’è un’altra lezione: in un mondo in cui milioni di persone gridano “non ho nessuno”, noi cristiani siamo chiamati a essere quegli uomini. Essere la mano che solleva, l’orecchio che ascolta e il cuore che compatisce.
Non lasciamo che la solitudine regni intorno a noi. Attraverso la fede e le opere buone, possiamo trasformare ogni “Betzaidà” del dolore in una porta del cielo, testimoniando che Cristo è Risorto e che nessuna paralisi è definitiva quando Dio ci chiama alla vita.
Note bibliografiche:
[1] San Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Giovanni, Omelia XXXVI.
[2] San Cirillo d’Alessandria, Commento al Vangelo di Giovanni, Libro II.
[3] San Nicola Velimirovic, Omelie, Editrice Ileana, Bucarest, 2006, p. 214.

