Proteggere la Vita in Tempi di Turbamento: Commento alla Domenica dopo la Natività del Signore

Introduzione: Dalla luce della mangiatoia all’ombra della persecuzione

La Domenica dopo la Natività del Signore ci pone dinanzi a una prospettiva sconvolgente sul mistero dell’incarnazione. Se nel giorno della festa il nostro cuore si è riempito della gioia dei canti natalizi e della luce della stella che ha guidato i magi, il Vangelo di oggi (Matteo 2, 13-23) ci mette a confronto con una realtà cruda: la persecuzione, l’esilio e il sacrificio. Vediamo come il Bambino Gesù, la “Pace del mondo”, venga accolto dall’ira sanguinaria di un potente terreno assetato di potere.

Questo passaggio brusco dalla quiete di Betlemme al difficile cammino verso l’Egitto non è casuale. Esso ci rivela che la vita spirituale (duhovnicească) non è un semplice stato di comfort, ma un percorso segnato spesso da prove, dove la protezione divina si intreccia con l’obbedienza dell’uomo. Nelle righe che seguono, esploreremo i significati profondi della fuga in Egitto, il senso della sofferenza dei 14.000 bambini uccisi e il modo in cui Dio trasforma l’esilio in una scala verso la salvezza.


I. La Fuga in Egitto: Dio assume la condizione di rifugiato

Il Vangelo ci dice che Giuseppe riceve un comando dall’angelo: “Alzati, prendi con te il Bambino e sua Madre e fuggi in Egitto”. È commovente vedere come Colui che ha creato il cielo e la terra scelga di fuggire dinanzi a un re mortale. Perché Dio non ha annientato Erode con un miracolo? I Santi Padri ci insegnano che Cristo Si è fatto uomo veramente, sottomettendosi alle leggi della natura umana, inclusa la vulnerabilità.

La fuga in Egitto ha un significato spirituale (duhovnicesc) immenso: essa santifica i cammini della peregrinazione. L’Egitto, che nel Vecchio Testamento era il simbolo della schiavitù e dell’idolatria, diventa ora luogo di rifugio per il Salvatore. Con la Sua presenza, Cristo guarisce le ferite del passato e prepara questa terra a diventare, più tardi, il “giardino del monachesimo”.

San Giovanni Crisostomo interpreta così questa umiltà del Signore:

“Il Signore fugge per insegnarci che, quando siamo perseguitati, non dobbiamo opporci con orgoglio, ma scansarci con umiltà. Se Egli, l’Onnipotente, è fuggito, quanto più noi, che siamo deboli, dobbiamo evitare i pericoli che superano la nostra misura.”¹


II. San Giuseppe: Modello di obbedienza e responsabilità

Un aspetto centrale del testo è la figura del Giusto Giuseppe. Egli non si ferma a esaminare logicamente il comando dell’angelo, non chiede “Perché proprio in Egitto?” o “Come sopravviveremo?”. La sua reazione è immediata: “si alzò, nella notte, prese il Bambino e sua Madre e si rifugiò in Egitto”.

In un mondo in cui l’autorità e la responsabilità sono spesso intese come potere sugli altri, Giuseppe ci offre una lezione di autorità attraverso il servizio. Egli è il “custode del mistero”, colui che si assume la cura di Cristo e della Vergine Maria in condizioni di estremo rischio. Questa obbedienza incondizionata è il motore della vita spirituale (duhovnicească).

Sant’Efrem il Siro sottolinea questo ruolo protettivo:

“Giuseppe si è fatto esempio di sollecitudine, essendo colui che ha offerto riposo a Colui che dà riposo a tutto il creato, accompagnandoLo nel cammino e proteggendo il fiore immacolato della verginità in terra straniera.”²


III. Il Martirio dei Bambini: Il sacrificio dell’innocenza e il pianto di Rachele

Uno dei frammenti più dolorosi della Scrittura è quello dell’uccisione dei bambini di Betlemme. L’ira di Erode, accecato dal desiderio di conservare il trono, portò allo spargimento di sangue innocente. La Chiesa onora questi piccoli come i primi martiri per Cristo. Essi non hanno testimoniato il Signore con la parola, ma con la loro morte, proteggendo, senza saperlo, la vita del Salvatore.

Il testo menziona il pianto di Rachele che “non vuole essere consolata”. Questo dolore umano è assunto da Dio. I bambini uccisi sono oggi fiori nel giardino del Paradiso, ricordandoci che nel piano divino nessuna sofferenza è sprecata. Nel contesto attuale, questo brano ci esorta a una riflessione profonda sul valore della vita e sulla protezione degli innocenti dinanzi ai sistemi oppressivi o all’egoismo umano.

San Giustino Martire e Filosofo spiega questo sacrificio:

“Questi bambini hanno ricevuto il battesimo del sangue prima di ricevere il battesimo dell’acqua, essendo sacrificati al posto del Bambino Cristo, affinché ci fosse mostrato che il Suo regno non è di questo mondo e che la morte per Lui è la porta verso la vita eterna.”³


IV. Il ritorno e la dimora a Nazaret: Santificare la vita ordinaria

Dopo la morte di Erode, la Santa Famiglia ritorna, ma per prudenza si stabilisce a Nazaret, una località oscura e insignificante a quel tempo. “Sarà chiamato Nazareno” diventa non solo un compimento delle profezie, ma un simbolo della modestia divina.

Trascorrere gli anni dell’infanzia e della giovinezza a Nazaret ci insegna che la santità non richiede sempre scene grandiose o riconoscimento pubblico. La maggior parte della vita terrena del Salvatore si è svolta nel silenzio, nel lavoro e nella preghiera, all’interno di una famiglia. Questo fatto santifica la nostra vita quotidiana, offrendo senso alle nostre attività di ogni giorno, se fatte con il pensiero rivolto a Dio.


Conclusione: Chiamata a una vita di veglia spirituale

Il Vangelo della Domenica dopo la Natività del Signore ci insegna che la presenza di Cristo nel mondo suscita reazioni contrarie: l’adorazione dei magi o l’ira di Erode. Ognuno di noi porta in sé una piccola “Betlemme” in cui Cristo è nato attraverso il Battesimo. La domanda è: come proteggiamo Cristo nel nostro cuore?

Siamo chiamati a essere come Giuseppe: svegli ai suggerimenti di Dio, pronti a “fuggire” dalle tentazioni e dagli “Erodi” dei cattivi pensieri che vogliono uccidere la vita spirituale (duhovnicească) in noi. Questo articolo ci esorta affinché, alle soglie del Nuovo Anno, ci assumiamo la responsabilità di proteggere il bene in noi e negli altri, sapendo che, sebbene il cammino possa passare attraverso l’Egitto delle prove, la destinazione finale è la Gerusalemme Celeste.

Non temiamo l’esilio o le difficoltà, poiché Colui che è stato chiamato il Nazareno è sempre con noi, trasformando ogni Nazaret della nostra vita in una porta del Paradiso.


Note a piè di pagina

¹ San Giovanni Crisostomo, Omelie su Matteo, Omelia VIII.

² Sant’Efrem il Siro, Inni sulla Natività.

³ San Giustino Martire e Filosofo, Dialogo con Trifone.

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