Introduzione: Un varco tra due mondi
Nella vita di ogni cristiano, ci sono momenti in cui dobbiamo decidere non solo cosa facciamo, ma chi siamo davanti a Dio. La Domenica del Pubblicano e del Fariseo segna l’inizio di un viaggio affascinante e profondo: il periodo del Triodion. È la soglia che ci prepara alla Grande Quaresima, un invito ad analizzare il nostro cuore al di là delle maschere sociali.
La parabola pronunciata dal Salvatore (Luca 18, 10-14) ci pone davanti a due specchi contrastanti. Da una parte, vediamo la sicurezza di sé del fariseo, l'”uomo modello” della società; dall’altra, lo strazio del pubblicano, l’emarginato dell’epoca. Il messaggio di questo testo non riguarda il rispetto di regole religiose, ma un atteggiamento spirituale (duhovnicesc) che determina se la nostra preghiera sale al cielo o resta bloccata nel nostro ego.
I. Il Fariseo: Quando la virtù diventa un muro tra l’uomo e Dio
Il fariseo entra nel Tempio con un “fascicolo” impeccabile. Digiuna, paga la decima e rispetta la legge alla lettera. Tuttavia, la sua preghiera fallisce per un motivo sottile: egli non prega Dio, ma le proprie realizzazioni. Sotto forma di ringraziamento, emette una sentenza di condanna verso il resto dell’umanità.
La tragedia del fariseo è che usa il bene per isolarsi. Nel momento in cui dice “Ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini”, smette di essere fratello degli uomini e ne diventa il giudice. Questo è l’orgoglio mascherato da devozione, la malattia che trasforma il digiuno e la preghiera in strumenti di auto-glorificazione.
San Giovanni Crisostomo ci avverte di questo pericolo:
“L’orgoglio è un male così grande che può far perdere anche le buone opere già compiute. Il fariseo non è stato condannato perché faceva opere buone, ma perché se ne vantava e disprezzava gli altri.”¹
II. Il Pubblicano: La preghiera che squarcia il cielo
Al polo opposto, il pubblicano sta “a distanza”. Il suo gesto fisico riflette il suo stato di indegnità. Non osa alzare lo sguardo, perché il suo occhio è rivolto all’interno, dove riconosce il proprio fallimento. La sua unica arma è una frase di poche parole: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”.
Questo atteggiamento non è un complesso di inferiorità, ma un coraggioso realismo spirituale (duhovnicesc). Il pubblicano sa che davanti alla Santità assoluta, nessuna opera umana è sufficiente per “comprare” la salvezza. Egli si getta nelle braccia della misericordia divina, l’unica capace di restaurare la dignità perduta.
Sant’Isacco il Siro sottolinea il valore di questo stato:
“L’umiltà è la veste della Divinità. Il Verbo che si è incarnato se ne è rivestito e ci ha parlato attraverso di essa. Chi se ne riveste, si è veramente assimilato a Colui che è disceso dall’alto.”²
III. L’equilibrio spirituale: Opere buone con il cuore contrito
Analizzando le due figure, si potrebbe cadere nell’errore di credere che le opere del fariseo siano cattive. Al contrario, la Chiesa ci esorta a digiunare e a essere misericordiosi. Il problema sorge quando l’opera buona diventa una moneta di scambio o un motivo di superiorità. L’ideale proposto dal Triodion è l'”opera del fariseo” unita all'”umiltà del pubblicano”.
Nella società attuale, dove il “personal branding” e l’esposizione dei successi sono quasi obbligatori, la lezione del pubblicano ha una forza terapeutica incredibile. Essa ci libera dal peso di dover apparire perfetti. Dio non cerca una lista di successi, ma un cuore che Gli lasci spazio per operare.
San Silvano l’Athonita ci offre la chiave di questo stato:
“Tieni la tua mente all’inferno e non disperare. Questo significa vedere il proprio peccato, umiliarsi come il pubblicano, ma avere una speranza incrollabile nell’amore infinito di Dio.”³
IV. “Più giustificato a casa sua”: La ricompensa dell’umiltà
La conclusione del Salvatore è travolgente: il peccatore che si assume le proprie colpe torna a casa più “giustificato” di colui che si credeva santo. Questa è la logica del Regno di Dio: chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.
La giustificazione non viene dall’accumulo di meriti, ma dalla capacità di ricevere il perdono. Il fariseo, essendo pieno di sé, non ha lasciato spazio alla grazia di Dio. Il pubblicano, essendo vuoto di sé, è diventato un ricettacolo della misericordia divina.
Conclusione: Come iniziamo il cammino?
La Domenica del Pubblicano e del Fariseo non è solo una lettura di un libro antico; è un test di sincerità per ognuno di noi. Ci troviamo all’inizio di un periodo di ascesa spirituale (duhovnicească) che ci condurrà alla Resurrezione.
Esortazione all’azione: In questa settimana, proviamo un esercizio di attenzione. Ogni volta che sentiamo il bisogno di giudicare qualcuno per i suoi errori (nel traffico, al lavoro o in famiglia), ricordiamoci della preghiera del pubblicano. Sostituiamo il “grazie perché non sono come quello” con “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Solo così potremo salire i gradini del Triodion con un cuore leggero, pronti a ricevere la Luce.
Note a piè di pagina
¹ San Giovanni Crisostomo, Omelie sulla Genesi, Omelia III.
² Sant’Isacco il Siro, Discorsi ascetici, in “Filocalia”, vol. X.
³ Archimandrita Sofronio Sacharov, San Silvano l’Athonita, Ed. Reîntregirea.

