Nel panorama spirituale del Triodion, la terza domenica che precede il Grande Digiuno brilla come un faro di speranza. La Parabola del Figliol Prodigo non è solo un racconto storico o una semplice lezione morale, ma è lo specchio fedele dell’anima umana alla ricerca del senso perduto. È la storia di ognuno di noi che, storditi dall’illusione di una libertà assoluta, abbiamo spesso vagato nel “paese lontano” delle passioni, dimenticando che la vera dignità risiede nella prossimità dell’amore divino.
1. L’illusione della libertà e la partenza per il “paese lontano”
Tutto inizia con una richiesta che, a prima vista, appare come un atto di indipendenza: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Nel contesto dell’epoca, chiedere l’eredità mentre il padre era ancora in vita equivaleva a desiderarne la morte. Il figlio minore desidera i doni del Padre, ma non la Sua presenza.
Questo atteggiamento riflette lo stato di philautia (l’amore egoistico di sé), radice di tutti i peccati. Dal punto di vista duhovnicesc (spirituale), il “paese lontano” non è una località geografica, ma una condizione del cuore. È l’estraniazione dalla grazia. Quando l’uomo si separa dalla Fonte della Vita, entra inevitabilmente in un processo di degradazione.
«Il peccato è una malattia della volontà, che ci fa credere di essere i padroni della nostra vita, dimenticando che il nostro respiro è un prestito di Dio.» [1]
2. Il significato profondo dei termini: Asotia e Metanoia
Per comprendere la profondità del testo evangelico, dobbiamo guardare alla lingua greca, in cui è stata redatta la Scrittura:
Asotia (ἀσωτία): Il testo dice che il figlio visse dissolutamente. La parola greca asotia descrive uno stato di “non conservazione”, uno spreco totale che conduce alla perdizione. È l’incapacità di salvare alcunché della propria essenza. Il figlio non ha dissipato solo denaro, ma ha sperperato l’immagine di Dio in lui.
Metanoia (μετάνοια): Il momento della svolta è segnato dall’espressione “rientrò in se stesso”. Questa è l’essenza della penitenza. Metanoia non significa solo un rimpianto emotivo, ma un “cambiamento della mente”, un riorientamento totale dell’esistenza dal sé verso Dio.
3. La fame ontologica e la discesa sotto il livello dei bruti
Il Vangelo ci dice che il figlio arrivò a pascolare i porci – animali considerati impuri nella tradizione giudaica. Inoltre, bramava di saziarsi con le carrube dei porci, ma «nessuno gliene dava». Questa immagine è di una crudeltà spirituale sconvolgente: il peccato promette piacere, ma consegna carestia.
San Giovanni Crisostomo interpreta questo momento con precisione chirurgica:
«Il diavolo, dopo averci svuotato di ogni virtù, ci manda a pascolare i porci, cioè a nutrire i pensieri impuri e le voglie animalesche che non si saziano mai.» [2]
4. Il Padre che corre: Una teologia dell’amore umile
La scena più commovente della parabola è la reazione del Padre. Egli non attende sul trono del giudizio, ma, vedendo il figlio da lontano, corre incontro a lui. Nella cultura orientale del tempo, un anziano rispettabile non correva mai in pubblico, poiché era un gesto che ne ledeva la dignità.
Dio “calpesta” la propria dignità per amore verso di noi. Il bacio sul collo e l’abbraccio sono i segni del perdono pieno, concesso prima ancora che il figlio riesca a pronunciare il discorso di pentimento preparato.
Gli elementi della restaurazione:
La veste più bella: Rappresenta la veste battesimale, perduta con il peccato e restituita attraverso la penitenza.
L’anello: Segno dell’autorità e della ri-adozione. Il figlio non è accolto come un garzone, ma come erede.
Il vitello grasso: Prefigurazione della Santa Eucaristia, il banchetto spirituale al quale siamo tutti chiamati.
5. Il fratello maggiore o la trappola della “giustizia” senza amore
L’articolo non sarebbe completo senza l’analisi del figlio maggiore. Egli rappresenta la tentazione di coloro che “sono nella Chiesa”, ma il cui cuore è indurito dal formalismo e dall’orgoglio. Egli si adira per la bontà del padre, considerando il perdono un’ingiustizia.
San Cirillo d’Alessandria ci ammonisce su questo stato:
«Colui che si crede giusto e guarda con disprezzo al ritorno del peccatore si rende estraneo alla gioia del Padre. Poiché nel cielo c’è più gioia per un peccatore che si pente, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza.» [3]
Il figlio maggiore serviva come uno schiavo, non come un figlio. Non vedeva nel suo genitore un padre amorevole, ma un padrone dal quale aspettarsi una ricompensa (il capretto).
Conclusione: Un invito a tornare a “Casa”
La Domenica del Figliol Prodigo invita tutti noi a un onesto esame di coscienza. Sia che ci ritroviamo nello smarrimento del figlio minore, sia nella freddezza del figlio maggiore, la soluzione è la stessa: riconoscere il bisogno del Padre.
La penitenza non è una punizione, ma è la porta attraverso la quale passiamo dalla morte alla vita. Le braccia del Padre sono permanentemente aperte, e il “vitello grasso” è preparato sulla Santa Mensa ogni domenica. Non indugiamo oltre nella fame dell’estranierità!
Vi invitiamo in questa settimana a riflettere: qual è il “paese lontano” in cui vi sentite bloccati e cosa vi impedisce di fare il primo passo verso “casa”? Andate dal confessore (duhovnic), confessate la vostra dissipazione e lasciatevi abbracciare dall’Amore che non giudica, ma risuscita.
Note Bibliografiche
[1] San Silvano l’Athonita, Tra l’inferno della disperazione e l’inferno dell’umiltà.
[2] San Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo.
[3] San Cirillo d’Alessandria, Commento al Vangelo di San Luca.

