Elevarsi al di sopra della folla: Zaccheo il pubblicano e il coraggio del cambiamento spirituale

Introduzione: Un incontro che sfida i pregiudizi

Nel rumore assordante del mondo moderno, dove il successo si misura spesso in cifre e possedimenti, il racconto biblico di Zaccheo il pubblicano (Luca 19, 1-10) risuona come una chiamata inaspettata alla libertà. Ci troviamo a Gerico, una città di commerci e di transito, dove un uomo “piccolo di statura”, ma gigante per influenza e ricchezza, decide di compiere un gesto che cambierà la sua vita per sempre.

La Domenica di Zaccheo non è solo una cronaca storica di una conversione spettacolare; essa rappresenta, nel calendario ortodosso, la “porta” attraverso la quale iniziamo a guardare verso il periodo del Triodion e della Grande Quaresima. È la storia di ognuno di noi quando sentiamo che la “folla” delle preoccupazioni, dei peccati o dei complessi ci impedisce di vedere Cristo. Oggi, Zaccheo ci insegna che nessuna barriera sociale o fisica è insormontabile quando il desiderio di rinnovamento spirituale (duhovnicesc) diventa la priorità assoluta.


I. Il “piccolo” Zaccheo e la grande barriera della folla

Zaccheo non era un ricco qualunque; era “capo dei pubblicani”. Nel contesto di quell’epoca, i pubblicani erano visti come traditori della nazione, poiché riscuotevano le tasse per l’occupante romano e, spesso, si appropriavano di somme indebite. La sua ricchezza era costruita sul risentimento di chi lo circondava. Tuttavia, sotto il mantello di seta del temuto funzionario, si nascondeva una sete profonda.

Il Vangelo ci dice che Zaccheo “cercava di vedere chi fosse Gesù”. Questa ricerca non era di semplice curiosità intellettuale, ma esistenziale. Tuttavia, egli si scontra con due ostacoli: uno esteriore — la “folla” — e uno interiore — la “piccolezza della statura”. Sul piano spirituale (duhovnicesc), la folla rappresenta spesso l’opinione pubblica, i pregiudizi e il rumore delle passioni che bloccano la nostra prospettiva verso la divinità.

Teofilatto di Bulgaria interpreta questo stato in questo modo:

“Zaccheo era piccolo di statura, così come è piccolo di statura chiunque si occupi delle cose terrene e del guadagno ingiusto, non potendo crescere alla misura della statura spirituale di Cristo. E la folla sono i pensieri e le preoccupazioni della vita, che non lasciano che l’uomo veda Gesù.”¹


II. Il sicomoro: Lo sforzo di elevarsi al di sopra del terreno

Vedendo che non poteva vedere Cristo dal livello del suolo, Zaccheo compie un gesto che sarebbe potuto apparire ridicolo per un uomo del suo rango: corre avanti e sale su un sicomoro. In una società dove la dignità era tutto, questo ufficiale si arrampica su un albero come un bambino. Questa è la prima lezione dell’umiltà: per vedere Dio, dobbiamo preoccuparci meno di come ci vede il mondo.

Il sicomoro diventa, nel linguaggio spirituale (duhovnicesc), l’ascesi, la preghiera e lo sforzo personale che l’uomo deve compiere per staccarsi dal “fango” delle abitudini peccaminose. Dio attende questo piccolo sforzo di volontà per intervenire con la Sua grazia.

Sant’Efrem il Siro sottolinea l’importanza di questo momento:

“Cristo Si avvicinò a lui non perché Zaccheo fosse sull’albero, ma perché il cuore di Zaccheo si era già elevato attraverso il desiderio. Il sicomoro è stato solo la scala su cui è salita la sua volontà per incontrare lo sguardo di Colui che cerca chi è perduto.”²


III. La visita del Signore e la santificazione della dimora

Il momento culminante dell’incontro non è il gesto di Zaccheo, ma l’iniziativa di Cristo. Il Salvatore si ferma esattamente sotto il sicomoro e lo chiama per nome: “Zaccheo, scendi subito!”. È sbalorditivo il fatto che Dio conosca il nome di colui che tutti disprezzavano. Cristo non lo giudica, non gli rimprovera le ingiustizie, ma gli chiede ospitalità: “Oggi devo fermarmi a casa tua”.

La reazione della folla è di rivolta: “È entrato in casa di un peccatore!”. Spesso, la religiosità formale ci rende giudici severi, dimenticando che lo scopo di Dio è la guarigione, non l’esclusione. L’entrata di Cristo nella casa di Zaccheo simboleggia la penetrazione della luce divina negli angoli più oscuri della coscienza umana.

San Cirillo di Alessandria spiega questa trasformazione:

“O quanto è grande l’amore di Dio per gli uomini! Egli abita nella casa di colui che prima era pieno di rapacità, affinché, con la Sua presenza, purifichi la casa dal flagello del peccato. Dove entra Cristo, lì l’oscurità viene scacciata e si installa la luce della vita.”³


IV. Il frutto del pentimento: La giustizia che va oltre la legge

Il pentimento di Zaccheo non è di facciata. Egli non si limita a dire “mi dispiace”. Dimostra il suo cambiamento spirituale (duhovnicesc) attraverso una riparazione concreta: dona metà dei suoi beni ai poveri e restituisce quattro volte tanto a coloro che ha derubato.

Nel mondo contemporaneo, dove le statistiche mostrano che la disuguaglianza economica è ai massimi livelli, il gesto di Zaccheo è una lezione di responsabilità sociale. Egli capisce che non può godere della presenza di Dio mentre trattiene i beni sottratti ai suoi simili. Il pentimento autentico implica sempre una dimensione di restaurazione della giustizia verso gli altri. “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”, dichiara Cristo, confermando che il cambiamento interiore di Zaccheo è stato totale.


Conclusione: Il sicomoro nel nostro cuore

La storia di Zaccheo ci lascia con una domanda fondamentale: qual è il nostro sicomoro? Quale sforzo siamo disposti a fare oggi per elevarci al di sopra della “piccola statura” del nostro egoismo?

La Domenica di Zaccheo ci invita a non lasciarci scoraggiare dal nostro passato o dai pettegolezzi della gente. Cristo passa anche oggi attraverso la “Gerico” della nostra vita, cercando lo sguardo di chi ha il coraggio di salire al di sopra dei pregiudizi. La salvezza non è un premio per i perfetti, ma un dono per chi, come Zaccheo, “corre avanti” per incontrare il Signore.

Esortazione all’azione: Proviamo in questa settimana a identificare una sola ingiustizia che abbiamo fatto a qualcuno e a ripararla, o un solo “povero” nella nostra vita a cui offrire non solo denaro, ma tempo e attenzione. Apriamo la porta della nostra casa interiore, affinché il Signore possa dire anche di noi: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”.


Note a piè di pagina

¹ Teofilatto di Bulgaria, Spiegazione del Vangelo di Luca, Edizioni Sophia, Bucarest, 2007, p. 248.

² Sant’Efrem il Siro, Inni sulla fede, in “Padri e Scrittori Ecclesiastici” (PSB), vol. 18, Bucarest, 1991.

³ San Cirillo di Alessandria, Commento al Vangelo di San Luca, Omelia CXXVII, in “Padri e Scrittori Ecclesiastici”, vol. 18, Bucarest, 1991.

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