Il Giudizio dell’Amore: L’esame alla fine della storia nella Domenica del Giudizio Universale

La Domenica del Giudizio Universale pone davanti a noi lo specchio della nostra eternità. Non è una domenica di paura paralizzante, ma di piena responsabilità, una sosta spirituale in cui comprendiamo che ogni gesto di mano tesa o di sguardo rivolto altrove scrive, in modo invisibile, la sentenza della nostra vita futura.

Prepararsi al grande incontro

Ci troviamo alle soglie della Grande Quaresima, nella terza domenica del periodo del Triodion. Dopo aver imparato l’umiltà del Pubblicano e aver contemplato le braccia paterne che accolgono il Figlio Prodigo, la Chiesa ci chiama oggi a guardare verso la “fine del cammino”. Il Santo Vangelo secondo Matteo (25, 31-46) ci descrive, con una chiarezza sconvolgente, il momento in cui il tempo si fermerà e il Figlio dell’Uomo verrà nella Sua gloria per separare le pecore dai capri.

Il termine greco usato per questo evento finale è Parousia (παρουσία). Sebbene nel linguaggio corrente lo traduciamo con “venuta”, nel contesto originale indicava la visita ufficiale di un imperatore o di un dignitario in una città. Non è una semplice apparizione, ma una presenza travolgente che riempie tutto lo spazio e non lascia più posto a smentite o nascondigli. Questa presenza di Cristo è essa stessa il giudizio: la Sua luce farà sì che tutto il bene o tutto il male in noi diventi visibile.

Il criterio del Giudizio: Non cosa abbiamo saputo, ma quanto abbiamo amato

Se guardiamo con attenzione il testo evangelico, notiamo qualcosa di sbalorditivo: Cristo non ci chiederà quanti soldi abbiamo accumulato, quanto siamo stati famosi o quanto siamo diventati raffinati teologicamente. L’unico criterio è la carità concreta.

San Giovanni Crisostomo ci insegna che l’elemosina è “l’arte delle arti”:

“L’elemosina non è solo l’offerta di denaro, ma è soprattutto il sentimento di compassione verso la sofferenza dell’altro. Dio non chiede tanto la grandezza del dono, quanto la grandezza dell’amore con cui viene offerto” [^1].

Ogni affamato, assetato, straniero o malato è, secondo la parola del Signore, una Sua presenza misteriosa. L’incontro con il “più piccolo dei fratelli” è, di fatto, l’incontro con Cristo sofferente. Chi ignora il povero, ignora Dio.

Il dilemma dei giusti e la grande sorpresa

Una sfumatura affascinante del testo è lo stupore di entrambi gli schieramenti. Sia i salvati che i condannati chiedono: “Signore, quando Ti abbiamo visto…?”.

Questo ci mostra che il vero bene, quello che salva, è quello compiuto con naturalezza spirituale, non per calcolo. Quelli alla destra hanno aiutato perché avevano il cuore pieno d’amore, senza sapere che stavano nutrendo Dio Stesso. Al contrario, quelli alla sinistra hanno fallito perché hanno cercato Dio solo nei luoghi “alti”, ignorandoLo nella polvere della strada o nella sofferenza accanto a loro.

San Basilio il Grande avverte sul pericolo di rimandare questo bene:

“Il pane che tu conservi appartiene all’affamato; il vestito che sta nel tuo baule appartiene al nudo; le scarpe che marciscono presso di te appartengono allo scalzo; il denaro che tieni sepolto appartiene a chi ne ha bisogno” [^2].

La Diaconia e la salvezza nel secolo della velocità

In un mondo segnato dall’individualismo e da una “cultura dell’indifferenza”, il messaggio di questa domenica è più attuale che mai. Il concetto di Diakonia (διακονία) — termine greco per “servizio” o “assistenza” — non è opzionale per un cristiano ortodosso.

Servire (diakonein) significa uscire dal proprio egoismo. Le statistiche europee mostrano che la solitudine è “l’epidemia” del XXI secolo. Pertanto, “visitare il malato” o “accogliere lo straniero” ai nostri giorni può significare anche una telefonata fatta a un anziano solo o una parola di incoraggiamento per un collega in depressione.

Il fuoco eterno: Una prospettiva patristica

Dobbiamo intendere correttamente il concetto di “fuoco eterno”. I Santi Padri ci spiegano che Dio è solo amore e luce. Egli non “punisce” in senso umano o giuridico.

Sant’Isacco il Siro ci offre una prospettiva profonda:

“Coloro che sono puniti nella Gehenna sono colpiti dal flagello dell’amore. Cosa può esserci di più amaro e terribile del tormento dell’amore? Coloro che sentono di aver peccato contro l’amore soffrono un tormento più grande di qualsiasi tortura” [^3].

L’inferno è, dunque, l’incapacità di amare in un oceano di amore divino. È lo stato di chi si è chiuso in se stesso a tal punto che la luce di Dio lo brucia invece di riscaldarlo.

Conclusione: Dal digiuno della carne all’inizio del digiuno del cuore

La Domenica del Giudizio Universale è chiamata anche Domenica di Carnevale (nel senso etimologico di “togliere la carne”). Smettiamo di consumare cibi di origine animale per alleggerire il nostro corpo, ma soprattutto per “alleggerire” il cuore dal peso dell’orgoglio.

Il timore del Giudizio deve trasformarsi in nostalgia di Cristo. Non è il giudizio che deve spaventarci, ma la possibilità di mancare l’incontro con l’Amore. Incamminiamoci verso la Santa e Grande Quaresima con questo desiderio: vedere in ogni uomo un fratello di Cristo, sapendo che alla fine della vita saremo giudicati secondo un’unica legge – la legge dell’amore che si sacrifica.


Note a piè di pagina:

[^1]: San Giovanni Crisostomo, Omelie sulla Genesi, Omelia LII.

[^2]: San Basilio il Grande, Omelie e discorsi, Omelia VI, “Ai ricchi”.

[^3]: Sant’Isacco il Siro, Discorsi ascetici, Discorso XXVII.

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