Introduzione: Una lezione su “Dove sono gli altri nove?”
Esistono nel Vangelo momenti di una profonda tristezza divina, in cui l’Uomo-Dio esprime stupore di fronte all’incapacità umana di amare e di ringraziare. La 29ª Domenica dopo la Pentecoste ci pone davanti a uno specchio sconvolgente. Il testo di Luca (17, 12-19) racconta la guarigione di dieci uomini lebbrosi, ma si conclude con una domanda che attraversa i secoli: “E gli altri nove dove sono?”.
Questa domanda non è una richiesta di riconoscimento da parte di un Dio orgoglioso, ma la constatazione di una tragedia spirituale (duhovnicească): l’uomo riceve il dono, ma dimentica il Donatore. In un’epoca in cui siamo educati a chiedere sempre di più e a ringraziare sempre meno, la parabola dei dieci lebbrosi diventa un manuale di sopravvivenza per l’anima, insegnandoci che la gratitudine non è solo una forma di cortesia, ma la via stessa verso la salvezza.
I. La Lebbra: Isolamento fisico e morte spirituale
Nel contesto biblico, la lebbra era più di una malattia implacabile; era un simbolo del peccato che sfigura e isola. I dieci uomini del Vangelo stavano “lontani”, secondo la Legge, essendo considerati impuri ed esclusi dalla comunità. La loro sofferenza era doppia: il dolore del corpo che si decomponeva e il dolore dell’anima respinta dai propri simili.
Dal punto di vista spirituale (duhovnicesc), la lebbra rappresenta il peccato che “ammala” l’immagine divina in noi. Proprio come la lebbra anestetizza le terminazioni nervose, impedendo al malato di sentire dolore quando si ferisce, così il peccato ripetuto rende insensibile la nostra coscienza. Il grido dei dieci: “Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!” è l’unica preghiera capace di colmare la distanza tra la disperazione umana e la misericordia divina.
San Cirillo di Alessandria osserva la profondità di questo grido:
“Essi non si avvicinarono con audacia, ma rimasero lontani, dando voce alla loro preghiera dal profondo del cuore. Questo ci insegna che il vero pentimento inizia con il riconoscimento della propria impurità e con l’umiltà di non chiedere altro che la misericordia.”¹
II. Guarigione attraverso l’obbedienza: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”
La risposta del Salvatore è sorprendente. Egli non li guarisce sul posto con una parola spettacolare, ma chiede loro un atto di fede pratica: andare dai sacerdoti. Secondo l’usanza, il sacerdote era colui che accertava la guarigione. I dieci si mettono in cammino mentre sono ancora lebbrosi. Il miracolo avviene “mentre essi andavano”.
Questo dettaglio ci mostra che la guarigione spirituale (duhovnicească) è un processo che implica la nostra partecipazione attiva. Dobbiamo compiere i “passi” dell’obbedienza, anche se non vediamo ancora il risultato. Dio onora la fede che si mette in moto. Purtroppo, le statistiche spirituali di questo brano sono scoraggianti: il 90% dei guariti è rimasto al livello del beneficio fisico, ignorando la Fonte del bene.
San Giovanni Crisostomo ci avverte di questo pericolo:
“Molti di noi sono solleciti nel chiedere, ma freddi nel ringraziare. Quando siamo nelle ristrettezze, invochiamo Dio con ardore, ma una volta ottenuta la liberazione, torniamo alle nostre abitudini, considerando che il bene ci sia dovuto.”²
III. La gratitudine del Samaritano: L’unico guarito pienamente
Dei dieci, solo uno torna indietro: un samaritano, uno “straniero” agli occhi dei giudei. Il suo gesto è totale: torna lodando Dio a gran voce e cade con la faccia a terra ai piedi di Gesù. Il samaritano ha capito che, più importante del fatto che il suo corpo fosse pulito, è il fatto di aver incontrato Dio.
Gesù gli dice: “La tua fede ti ha salvato!”. Questa affermazione è la chiave di tutto il brano. Gli altri nove sono stati solo purificati (a livello biologico), ma costui è stato salvato (a livello ontologico). La gratitudine ha trasformato la sua guarigione da un semplice fatto medico in un evento salvifico. La gratitudine è, dunque, la “seconda guarigione”, quella che apre le porte del Paradiso.
Teofilatto di Bulgaria interpreta così questo momento:
“Dio chiede il ringraziamento non perché ne abbia bisogno, ma affinché noi ci rendiamo degni di doni più grandi. Chi ringrazia per ciò che ha ricevuto, prepara la sua anima a ricevere il Donatore stesso della grazia.”³
IV. La sfida per l’uomo contemporaneo: La cultura dell’ingratitudine
In una società basata sul consumo, siamo bombardati da messaggi che ci dicono che “meritiamo di più”. Questa mentalità della pretesa uccide la gioia e la gratitudine. Se ci sembra che tutto ci sia dovuto — la salute, il cibo, l’aria che respiriamo — allora non sentiremo mai il bisogno di ringraziare.
La psicologia moderna conferma ciò che la Chiesa insegna da due millenni: la gratitudine abbassa i livelli di stress e migliora la qualità della vita. Ma, dal punto di vista spirituale (duhovnicesc), la gratitudine fa molto di più: mantiene il nostro cuore “sveglio”. Nella tradizione ortodossa, la più alta forma di preghiera è la Santa Liturgia, che si chiama anche Eucaristia, ovvero “Ringraziamento”. Essere cristiani significa essere “uomini eucaristici”, persone che vivono in un continuo stato di gratitudine verso Dio.
Conclusione: Come torniamo indietro?
Il Vangelo di oggi non riguarda dieci uomini di duemila anni fa, ma riguarda noi. Quante volte siamo stati “guariti” da una malattia, da un problema economico o da una crisi familiare e abbiamo dimenticato di passare in chiesa per dire un semplice “Grazie”?
L’esortazione di questa domenica è di non far parte dei “nove” che si perdono nella folla, soddisfatti del dono ma ignorando Dio. Torniamo indietro dal cammino delle nostre preoccupazioni e cadiamo ai piedi del Signore. Trasformiamo la nostra preghiera da una lista di desideri in un inno di lode.
Esortazione all’azione: In questa settimana, proponetevi di offrire dieci ringraziamenti per ogni richiesta rivolta a Dio. Ringraziate per le “piccole” cose: per il respiro, per la luce, per i propri cari. Questo atteggiamento guarirà la lebbra spirituale dell’insoddisfazione e vi porterà la pace che solo Cristo può donare.
Note a piè di pagina
¹ San Cirillo d’Alessandria, Commento al Vangelo di San Luca, Omelia CXIII.
² San Giovanni Crisostomo, Omelie sulle statue, Omelia XII.
³ Teofilatto di Bulgaria, Spiegazione del Vangelo di Luca.

